Le immagini. Come imparare a vedere senza usare lo sguardo

02/08/2023 | 306

grafica-quadrifor_lorenza-bravetta-01.jpgLe immagini. Come imparare a vedere senza usare lo sguardo 
Appunti dall’incontro con Lorenza Bravetta 
per il ciclo Morning Talks - L’arte di Comunicare, in collaborazione con Feltrinelli Education

Fotografare, da quando è possibile farlo con un semplice telefono, è diventato parte integrante del nostro modo di comunicare. Tutti usiamo un linguaggio che non ci è stato insegnato da nessuno e questo è in parte un problema. La fotografia è diventata accessibile a tutti. Da qui alla conclusione del lo fanno tutti quindi vale meno  il passo è breve, ed è molto pericoloso, sia per la fotografia che in generale per la società.
Questa una delle considerazioni di Lorenza Bravetta, una delle massime esperte in Italia di fotografia, con una lunga esperienza nel campo della comunicazione per immagini e di consulenza per le più importanti istituzioni culturali e museali.
Nel suo incontro per il ciclo Morning Talks, Bravetta ci ha parlato dello scopo delle immagini, chiarendo che se è vero che ogni immagine ci mostra qualcosa, è anche vero che un’immagine da sola non può dirci niente. Per comprenderla abbiamo sempre bisogno di informazioni che vanno al di là della rappresentazione visiva. Lo testimonia il fatto che nessuna fotografia suscita in ognuno di noi le stesse percezioni. Come spiega il semiologo Roland Barthes nel suo saggio La Camera Chiara, ogni immagine vive attraverso le sensazioni che genera in chi la guarda. È dall’incontro tra l’osservatore, il soggetto rappresentato e la sua rappresentazione che nasce l’immagine.
Da sempre si attribuisce a un'immagine il compito di raggiungere più persone possibili. È una logica pubblicitaria, che tende a semplificare il linguaggio fotografico, fatto di immagini facilmente leggibili, con un senso immediato, e che non richiedere uno sforzo di comprensione troppo intenso.
La fotografia però può anche complicare la realtà, stimolando riflessioni che accrescono la nostra coscienza e conoscenza, a patto che abbiamo gli strumenti giusti per comprenderla. Mai come oggi, c’è l’esigenza di un’alfabetizzazione per il pubblico delle immagini.
Le immagini sono più forti delle parole, ma il rapporto tra le due è fondamentale. La parola partecipa attivamente alla costruzione del potere delle immagini. Secondo il filosofo Walter Benjamin, la “legenda”, ovvero il testo associato a un’immagine, è quello che impedisce di essere analfabeti nei confronti dell’immagine, quando va oltre la mera descrizione.
Spesso attribuiamo alla fotografia il compito di documentare la realtà, ma questo non sempre è possibile e, anche quando lo è, non è detto che avvenga. Che sia per limiti tecnici o per intenzioni autoriali, sin dalle sue origini la fotografia non rappresenta sempre il mondo fedelmente.
Un altro dualismo del linguaggio fotografico viene a galla quando chiediamo alle foto di certificare che un evento è avvenuto, arrivando a non credere ai racconti privi di testimonianze visuali. La fotografia può testimoniare un accadimento, ma rimane un medium manipolabile, e questa ambiguità ha ingannato molti nel corso della storia.
Le nuove tecnologie hanno arricchito il linguaggio fotografico, ampliandone la portata e arricchendolo di significati. In più, l’abitudine a immagini sempre più forti ha fatto sì che rinnovare di continuo la fotografia sia diventata una necessità. Queste innovazioni possono allontanare il racconto fotografico dalla realtà, come nel caso delle immagini false generate dalle intelligenze artificiali, oppure sottolineare certi aspetti di essa con una nuova sensibilità, come fa l’arte. 
Una foto diventa iconica quando è così forte da riuscire a smuovere le coscienze comuni, ma alcune immagini possono essere iconizzate forzatamente dai media. In quest'ottica il citizen journalism, grazie alla diffusione del mezzo fotografico, può contrastare l’iconizzazione forzata. Quando però i fatti vengono documentati da chi li sta vivendo attraverso i social e non da professionisti dell'immagine, cambia sia l'oggetto di cui fruiamo (foto di non-fotografi) che il mezzo con il quale ne fruiamo (i social). Abbiamo una fruizione più immediata ma senza fact-checking, correndo il pericolo di essere ingannati.
La potenza delle immagini ha influenzato anche il mondo della pubblicità, che inizialmente era fatta di sole parole, ma che già dalla seconda rivoluzione industriale ha cominciato a servirsi in maniera massiccia della comunicazione visiva, perfetta per stare al passo con i ritmi di produzione e i cambiamenti delle tendenze dei consumatori. Immagini e testo si sono fusi in un linguaggio nuovo, più ricco e più leggibile. Parliamo dei primi manifesti pubblicitari, che in partenza erano fortemente influenzati dall’arte pittorica ma che ben presto, con l’inizio del Novecento, hanno aderito a codici espressivi del tutto nuovi. L’efficacia e la chiarezza sono diventate fondamentali, la pubblicità ha guadagnato uno stile essenziale che fa emergere messaggi forti e immediati.  Il prodotto è stato messo al centro delle immagini pubblicitarie e l’uso delle foto è diventato sistematico, sconfinando in altri settori come ad esempio la moda, che si è legata  definitivamente alla fotografia grazie alla rivista Vogue.
Le sperimentazioni della pubblicità con le immagini continuano fino ai giorni nostri, passando attraverso il minimalismo, il razionalismo astratto, i manifesti scientifici surreali, lo still life e svariate altre tendenze che si sono susseguite negli anni. La pubblicità ha sperimentato sulla forma ma anche sul contenuto, rendendo la fotografia uno strumento di riflessione in grado di ridisegnare la percezione dello spazio urbano e del prodotto pubblicizzato ma anche di sensibilizzare  l'opinione pubblica su grandi temi.